Il DNA di un batterio comune per il trattamento della colite
Ultimo aggiornamento 7 maggio 2011 |
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Gonfiore,
dolori addominali, problemi di stitichezza o diarrea. In assoluto la
colite è una della malattie del sistema gastrointestinale
più diffuse. A generare tale infiammazione possono concorrere
diversi fattori, quali infezioni batteriche, errate abitudini
alimentari o persino lo stress psicologico. Di recente, però,
alcuni scienziati americani hanno scoperto come gli effetti di tale
sindrome possano essere ridotti mediante le sequenze del DNA di un
semplice batterio comune, molto spesso presente nel nostro stomaco. |
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Come
tutti ben sanno, all'interno dell'organismo umano trovano rifugio
nutrite schiere di microrganismi invisibili e pressoché
impercettibili. Di essi, uno dei più noti è senza dubbio
l'Helicobacter pylori, un batterio gram negativo di tipo spiraliforme,
capace di colonizzare la mucosa gastrica, provocando fastidiose
gastriti e, nei casi peggiori, ulcere dello stomaco o dell'intestino.
Ebbene, secondo un articolo pubblicato pochi giorni fa da un gruppo di
ricercatori della University of Michigan Medical School, proprio a
partire dal patrimonio genetico dell'H. pylori, sarebbe possibile
ricavare dei principi attivi in grado di contrastare efficacemente i
principali sintomi della sindrome del colon irritabile.
"L'Helicobacter pylori coesiste con la razza umana da oltre 50.000 anni
e, nonostante risulti collegato a malattie quali l'ulcera peptica o il
cancro allo stomaco, invero solo una minotanza di pazienti infetti
corre il rischio di sviluppare tali complicazioni" ha dichiarato il
dottor Jay Luther, coautore della ricerca. "È sorprendente
constatare come il DNA batterico non solo diriga il comportamento
biologico dei batteri, ma abbia anche un'influenza significativa sul
sistema immunitario dello stomaco in cui viene inserito - ha aggiunto
Stephanie Owyang, studentessa di gastroenterologia e membro del team -
Queste informazioni potrebbero avere delle implicazioni importanti in
merito allo studio della malattia".
Nel corso delle sperimentazioni su cavie, gli scienziati hanno
inoculato in alcuni animali affetti da infiammazione del colon il DNA
dell'Helicobacter pylori, in altri, invece, quello di un secondo
batterio comune, l'Escherichia coli. Da un raffronto tra i due gruppi,
si è scoperto che i topi cui erano state somministrate le
sequenze genetiche dell'H. pylori avevano palesato una minore perdita
di peso, un minore sanguinamento e una maggiore consistenza delle feci
rispetto a quelli infettati con il DNA dell'E. coli. "Con una sola dose
si è verificata una differenza significativa nel sanguinamento e
nell'infiammazione del colon - ha commentato Jay Luther - In ogni caso
siamo appena all'inizio, serviranno ulteriori studi per definire con
certezza il potenziale protettivo del batterio e la sua sicurezza
nell'impiego come trattamento terapeutico".
Per maggiori informazioni sull'argomento consulta il sito ufficiale della University of Michigan Medical School
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