Dopo
le incursioni tra le incongruenze della politica con "Fahrenheit 9/11"
e l'impietosa disamina sul malfunzionamento del sistema sanitario
statunitense con "Sicko", il regista torna alle origini di "Roger &
Me", ponendo l'accento sulle distorsioni dei metodi capitalistici. In
quest'ultima pellicola, però, egli va ben oltre i risvolti della
chiusura di un impianto automobilistico. Punta dritto al bersaglio
grosso, al cuore della crisi economica dei nostri giorni, la peggiore
dopo il '29, denunciando pubblicamente la concentrazione del potere
finanziario nelle mani di pochi soggetti (in primis i banchieri) privi
di scrupoli e, sovente, assai poco capaci.
"Il nostro sistema economico – spiega Moore – è
strutturato in modo che appena l'1 per cento della popolazione si trovi
a detenere più potere finanziario del 95 per cento dei
cittadini". Un meccanismo plutocratico perverso, antidemocratico e
addirittura anticristiano, che di fatto ha lasciato e sta tuttora
lasciando sul lastrico milioni di famiglie. In America come nel resto
del mondo.
Il titolo del film, volutamente ironico, è un richiamo alla
"storia d'amore" che per anni ha visto gli Stati Uniti sedotti
dall'avvenenza del Capitalismo. Un legame, secondo la visione di Moore,
ormai giunto al capolinea e conclusosi nel peggiore dei modi. Come
testimoniano i numerosi posti di lavoro tagliati dalle imprese con
cadenza quotidiana, il dramma degli sfrattati, i mutui marci, i milioni
di dollari dei risparmiatori letteralmente spariti nel nulla e
impossibili da ritrovare.
Premiato col Leoncino d'Oro nel corso della 66esima edizione del
Festival Internazionale del Cinema di Venezia, lo scorso 6 settembre,
"Capitalism: A Love Story" arriva nelle sale italiane a partire dal 30
ottobre.