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Droga e menzogne: la sconcertante biografia di un campione
Ultimo aggiornamento 30 ottobre 2009
Forse qualcuno si era illuso che le storie di pasticche, siringhe e polverine magiche fossero affari esclusivi del ciclismo, dell'atletica, al massimo del calcio e di qualche sport da combattimento. Purtroppo non è così. A certi livelli, tutte le discipline sono potenzialmente a rischio. A ben vedere, infatti, persino il tennis, da sempre gioco nobile e per palati fini, nasconde taluni fetidi scheletrucci nell'armadio.
"Nel '97 fui trovato positivo alla metanfetamina. Ho mentito, dicendo che si era trattato di un incidente. Fui perdonato dall'Atp, senza che venisse preso alcun provvedimento nei miei confronti". A parlare non è il classico 'pinco pallino qualunque', bensì un signore 39enne che di nome fa Andrè Agassi. Ex tennista professionista, ex n. 1 del ranking mondiale, vincitore di ben 8 tornei del Grande Slam, nonché di una Coppa Davis. Bello, simpatico, una vera e propria icona dello sport americano degli anni Novanta. Una confessione choc, una bomba a mano scagliata con un passante di rovescio in controtempo, a spiazzare giust'appena qualche milione di appassionati di prati all'inglese, terre battute e palline giallo brillante.

Anticipata da alcuni brevi stralci pubblicati dal Times, "Open: an autobiography", la prima biografia ufficiale dell'ex 'Kid' di Las Vegas, uscirà in libreria il prossimo 9 novembre. Un libro che ripercorre i tratti salienti di una carriera prestigiosa, ma dai risvolti oltremodo oscuri. I successi. Il difficile rapporto col padre-padrone, colui che lo introdusse nel mondo del tennis. Un matrimonio fallito. Quindi la droga: un'euforia fugace, seguita a ruota dal timore che tutto all'improvviso potesse venire giù come un castello di sabbia. Un test risultato positivo. E allora, con le spalle al muro, una sequela di bugie ammassate su un foglio di carta. "Ho scritto una lettera all'Atp. Ho raccontato quello che era accaduto, ma ho mentito sul fatto di aver assunto quella droga volontariamente. Ho giurato che si era trattato di un incidente. Mi sentivo ricoperto di vergogna. Ho promesso a me stesso che quella sarebbe stata l'ultima bugia".

A distanza di anni, con la racchetta ormai appesa al chiodo, del fatto resta solo una brutta macchia a insozzare l'immagine di uno dei campioni più idolatrati dello scorso decennio, assieme allo sconcertante atteggiamento lassista degli allora vertici di uno dei massimi organi sportivi internazionali. Invero, come non porsi una domanda: per quanto tempo ancora gli amanti del bel gioco (ovvero chi semplicemente spende soldi per godere di spettacoli dal gusto vagamente plausibile) riusciranno nell'eroica impresa di turarsi il naso, far finta di nulla e tollerare episodi di un simile squallore?



Dario Massara

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