Molle,
inconsistente, inconcludente, all'apparenza demotivata. Un'accozzaglia
di giocatori, sulla carta persino fior di giocatori, del tutto incapaci
di trasformarsi in una squadra. Insomma, troppo brutta per essere vera.
La Francia versione 2010 esce di scena dalla kermesse sudafricana senza
neppure superare il primo turno, collezionando ben due sconfitte su tre
partite disputate, segnando appena un gol e subendone quattro.
Sportivamente parlando, una debacle, un'autentica batosta per un
movimento calcistico che di rado ha brillato a livello di club, ma che,
come nazionale, in special modo negli ultimi quindici anni, aveva
sempre saputo coniugare il bel gioco ai risultati.
Sul banco degli imputati, neanche a dirlo, il commissario tecnico
Domenech. Autore di una serie di scelte assurde, incomprensibili, sia
per quanto attiene alle convocazioni che alla gestione del gruppo.
L'ultimo caso, ultimo solo in ordine cronologico, la cacciata di Anelka
e l'ammutinamento di mezzo spogliatoio, schieratosi apertamente col
proprio compagno. Un fatto grave, a riprova di come ormai da tempo i
rapporti tra allenatore e giocatori fossero logori. Per non parlare,
poi, dell'aspetto tecnico-tattico. In molti si stanno ancora chiedendo
quale fosse l'organizzazione di gioco di Ribéry e soci, sempre ammesso
che uno schema di base fosse almeno stato approntato.
Colpe di Domenech, dunque. Indiscutibili. Ma colpe di gran lunga
maggiori di chi prima lo ha messo e poi addirittura confermato sulla
panchina dei Bleus, ovvero dei vertici della Federcalcio transalpina.
Sarebbe bastato appena un briciolo di buon senso due anni fa, subito
dopo l'Europeo, per chiudere un ciclo evidentemente finito, e
risparmiare così ai francesi quest'ultima, clamorosa figuraccia
mondiale.