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La RU-486 arriva negli ospedali
Ultimo aggiornamento 20 ottobre 2009
Dopo mesi di accese discussioni e polemiche, la pillola abortiva RU-486 sarà finalmente disponibile anche nel nostro paese. A stabilirlo una determinazione ufficiale dell'AIFA, l'Agenzia Italiana del Farmaco, che di fatto ribadisce quanto era già stato deliberato lo scorso 30 luglio. Ora non resta che attendere la pubblicazione del provvedimento sulla Gazzetta Ufficiale, prevista per il prossimo 19 novembre.
"Si tratta di un passaggio formale – spiega Guido Rasi, direttore dell'AIFA – Dopo la pubblicazione seguiranno i classici tempi tecnici, tra i 20 e i 30 giorni. La nostra delibera fa sì che la pillola venga importata in maniera canalizzata rispetto alla vigente normativa sull'aborto. Dopodiché toccherà al Parlamento o agli altri organi decisionali stabilire le modalità di utilizzo e la compatibilità con la legge 194".

Così come accaduto quasi vent'anni fa in Francia, Gran Bretagna e Svezia, anche in Italia, accanto all'aborto di tipo chirurgico, viene così introdotto il cosiddetto metodo farmacologico. Diversamente dal primo, infatti, il secondo non prevede alcun intervento invasivo nel corpo della donna, bensì la semplice somministrazione di una dose massima di 600 mg di mifepristone (ossia fino a 3 capsule di principio attivo), seguita, a distanza di 48 ore, dall'assunzione di un altro farmaco monodose, il misoprostolo, in grado di provocare l'espulsione dell'embrione.

Stando alle prime informazioni diffuse, le donne che decideranno di avvalersi della pillola per l'interruzione volontaria della gravidanza non potranno comunque acquistarla direttamente in farmacia come un qualunque analgesico o un'aspirina. La somministrazione, infatti, potrà avvenire solo presso ospedali e cliniche autorizzate, entro e non oltre la settima settimana a partire dal giorno dell'ultima mestruazione. Ciò al fine di evitare pericolose pratiche "fai da te", ovvero possibili violazioni della legge 194, in base alla quale, giova ricordarlo, l'aborto non può mai essere praticato al di fuori delle apposite strutture sanitarie.

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