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Italia-Serbia: quando lo stadio è ostaggio dei delinquenti
Ultimo aggiornamento 14 ottobre 2010
Doveva essere l'omaggio del mondo dello sport ai nostri ragazzi caduti in Afghanistan. Poteva essere una festa per sensibilizzare l'opinione pubblica rispetto al tema dei bambini affetti da fibrosi cistica, o magari un modo per promuovere la città di Genova in occasione dell'anniversario della scoperta dell'America. Molto più semplicemente, doveva trattarsi di una partita di calcio, valevole per le qualificazioni ai prossimi Europei. Alla fine Italia-Serbia è stata solo la squallida vetrina per un manipolo di facinorosi, capaci di sfruttare il potere mediatico del pallone per manifestare le loro assurde idee xenofobe.
Uno spettacolo vergognoso. Centinaia di delinquenti aizzati da un capo popolo incappucciato, riconducibili alle frange ultranazionaliste serbe, per un'intera nottata hanno dapprima tenuto sotto scacco il servizio dell'ordine del Luigi Ferraris, le delegazioni dell'Uefa, quelle delle federazioni italiana e serba, quindi hanno dato vita a una guerriglia urbana per le strade del capoluogo ligure, ingaggiando autentici corpo a corpo con gli agenti della polizia di stato. Il bilancio degli scontri è pesante: 17 arresti, 35 denunce a piede libero, una ventina di feriti e circa trecento persone identificate attraverso i filmati della digos. Ad onor del vero, per come si erano messe le cose, poteva andare anche peggio. Se non si è andati oltre, il merito è senza dubbio da attribuire al senso di responsabilità dei poliziotti e dei carabinieri impegnati nelle operazioni di cordone, bravi ad arginare quella che a tutti gli effetti rischiava di tramutarsi in una mattanza, vista la permanenza di alcune decine di ultras italiani nella zona esterna dello stadio.

Dei sei minuti giocati non varrebbe neanche la pena soffermarsi, se non per chiedersi che senso avesse scendere in campo col clima che si era creato. Ma al di là della patata bollente della sospensione della partita (per la cronaca toccata all'arbitro), il problema di fondo dell'intero delirio genovese resta un altro. Fumogeni, petardi, bombe carta, coltelli, tronchesi, bottiglie e altri corpi contundenti: com'è possibile che all'interno di una struttura aperta al pubblico entri di tutto e di più, senza che nessuno si accorga di nulla? Che fine hanno fatto i tornelli, le perquisizioni, i controlli severissimi, i decreti ministeriali con cui estirpare una volta per sempre la piaga della violenza? A dispetto delle tante chiacchiere che ciclicamente ci vengono propinate, è evidente che gli stadi restino ancor oggi zona franca per i tanti, troppi delinquenti mascherati da tifosi, italiani o serbi che siano. Luoghi dove costoro possono permettersi imperterriti di fare i loro porci comodi, in barba alla legge come ai principi più elementari della convivenza civile.



Dario Massara

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