Il ritorno di Mou: croce e rimpianto della Milano del pallone
Ultimo aggiornamento 5 novembre 2010 |
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José
Mourinho, sempre lui. Per due anni aveva monopolizzato l'attenzione dei
media con conferenze stampa pirotecniche e frasi ad effetto divenute
subito slogan di successo, come gli "Zero tituli" e il "Rumore dei
nemici". Adesso, sulla panchina del Real, si permette il lusso di
tornare a San Siro per guastare la festa di Super Pippo Inzaghi,
mandando di traverso la serata ai milanisti, ma soprattutto aumentando
il rimpianto delle vedove interiste, proprio all'indomani della batosta
di Londra. |
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Si
può discutere una vita sulla simpatia, sui modi di fare
più o meno garbati, sulle innate doti comunicative, persino sul
soprannome di Special One. Ma un fatto è certo: Mourinho il suo
lavoro lo sa fare e molto bene. Del resto basta guardare il calcio
espresso dalle sue squadre per capire come certi risultati non siano
affatto casuali. Il Porto, il Chelsea, l'Inter. Ora il Real Madrid.
Quest'ultima, fino allo scorso anno una splendida e costosissima
collezione di figurine, in appena quattro mesi si è trasformata
in una compagine tosta, compatta, dove tutti corrono e sono sempre
pronti a raddoppiare sul portatore di palla avversario. Sarà pur
vero che in campo vanno i giocatori, nella fattispecie fior di atleti,
quali Cristiano Ronaldo, Higuain, Özil, Di Maria, Sergio Ramos e
Xabi Alonso. Molti di loro, però, c'erano anche nella passata
stagione, quando, giova ricordarlo, l'esperto Pellegrini nella Liga
prendeva lezioni di gioco dal pluridecorato Guardiola, in Champions
addirittura dall'esordiente Leonardo, alla guida di un Milan
decisamente inferiore a quello di oggi. E allora? E allora è
evidente come nell'economia di un club, per quanto grande e facoltoso
possa essere, la guida tecnica incida, e non poco. Di conseguenza, che
l'investimento più importante dell'ultimo mercato madrilista sia
stato proprio l'ex allenatore dell'Inter (oltre all'ingaggio si
aggiunga la clausola rescissoria versata nelle casse di Moratti),
è un fatto che non può e non deve stupire nessuno.
Certi allenatori, dunque, sul piano tecnico, tattico e del carisma,
hanno un peso specifico superiore alla media. Di ciò, senza
dubbio, se ne saranno resi conto anche a Milano. Lo hanno recepito
sulla sponda rossonera, dove per piegare il Madrid non è bastata
la doppietta in dieci minuti di un Pippo Inzaghi da fantascienza
(miglior marcatore nelle competizioni europee, superato persino Van
Basten nel numero di reti messe a segno con la maglia del Milan). Ma
ancor di più lo hanno capito gli interisti, il cui confronto tra
la difesa granitica, che solo sei mesi fa triplicava le marcature su
Messi, e la prateria concessa a un treno ad alta velocità come
Bale, per ben due partite di fila, ha destato non poche
perplessità sulle scelte di Benitez. Sia chiaro, lo spagnolo
è un ottimo tecnico, in Inghilterra ha scritto pagine di storia
importanti. Tuttavia l'Inter campione d'Italia e d'Europa non è
l'ultimo Liverpool decadente e indebitato. Qui i margini d'errore sono
inferiori, nella gestione delle singole partite come nella preparazione
atletica (i tanti, troppi infortuni che hanno falcidiato il centrocampo
nerazzurro, tutti di natura muscolare, suonano come un campanello
d'allarme su cui sarebbe opportuno riflettere). A maggior ragione ora
che il mondiale per club è alle porte, e difficilmente un altro
passo falso come quello in Supercoppa contro l'Atletico verrebbe digerito dai numerosi nostalgici del profeta di Setúbal.
Dario Massara
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