Tavole cosmetiche egizie: strumenti di bellezza o qualcosa di più?
Ultimo aggiornamento 12 marzo 2011 |
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Già
nel terzo millennio prima di Cristo la bellezza estetica e la cura del
corpo erano due aspetti tutt'altro che marginali nella vita quotidiana
degli antichi Egizi. Unguenti, profumi e polveri colorate, per uomini e
per donne. Ma anche specchi, pennelli, pinzette per la depilazione e
tavolozze per miscelare le essenze. Alcuni di questi manufatti, per
altro, costituiscono autentiche opere d'arte, con caratteristiche e
decorazioni tali da lasciar intendere un
utilizzo ben diverso da quello di semplici strumenti per il trucco. |
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Svariati
secoli prima dei Greci e dei Romani, gli Egizi furono il primo popolo a
praticare la cosmesi in modo abituale e secondo dettami molto precisi.
La cura del corpo mediante l'applicazione di cosmetici, oltre a un
valore squisitamente ornamentale, presentava dei risvolti importanti
anche da un punto di vista igienico-sanitario, oltre che religioso. In
un paese da sempre caratterizzato da temperature elevate, proteggere la
pelle da scottature e dermatiti, ovvero gli occhi da possibili
infezioni batteriche, costituiva un fattore essenziale per la salute
degli individui. Non solo. La pulizia del corpo era strettamente
collegata anche al concetto di purezza spirituale, nel senso che
quest'ultima era ottenibile proprio in virtù della prima. A
riprova di ciò, si pensi ai complessi rituali di purificazione
cui erano soliti sottoporsi con regolarità i faraoni
(comprendenti bagni e lunghe sedute di profumazione e trucco), i
sacerdoti (abluzioni e depilazioni complete attraverso l'uso di
pinzette e rasoi), in taluni casi gli uomini comuni (lavaggi
obbligatori prima di accedere ai luoghi sacri).
In generale, tutte le tecniche del trucco prevedevano l'impiego di
appositi strumenti per la preparazione delle essenze. Tra i più
usati, le cosiddette tavolozze o palette cosmetiche, dei piatti in
pietra delle dimensioni e forme più diversificate (piccole e
perfettamente geometriche, oppure grandi e con sagome zoomorfe), sulle
quali uomini e donne erano usi miscelare unguenti a base di natron,
miele e cera d'api, grassi animali raffinati, sale marino, olio d'oliva
e latte fresco per proteggere la pelle dai raggi solari, ovvero
frantumare le polveri degli ombretti per le palpebre e il contorno
occhi (solitamente la malachite verde serviva per colorare le prime, il
kohl nero sciolto nell'olio di semi per tracciare le tipiche linee
allungate attorno agli occhi). Durante il periodo convenzionalmente
classificato come Naqada I (3800 - 3500 a.C.), le tavolozze erano
abbastanza semplici e lineari, prive cioè di rilievi e decori
particolarmente evidenti. Col tempo, però, esse divennero ben
più lavorate, perdendo i connotati di semplici oggetti
utilitari, per tramutarsi in autentiche opere scultoree, con tanto di
ornamenti in pietre vitree e preziosi bassorilievi su entrambe le
facciate.
Una delle tavolozze più belle e rinomate è senza dubbio
quella di Narmer. Rinvenuta nel 1894 dall'archeologo americano J. E.
Quibell a pochi chilometri dal tempio di Edfu, nella città di
Hyerakonpolis, la paletta risale all'epoca Naqada III (3100 a.C.
circa). Ha forma di scudo, con altezza di poco superiore ai 70
centrimetri, e raffigura il re Narmer (con tutta probabilità il
faraone della I dinastia Menes), unificatore dei due regni dell'Alto e
del Basso Egitto. Sul lato anteriore, al centro, si vede il sovrano che
indossa la corona bianca dell'Alto Egitto, con attaccata alla cintura
una coda di toro, mentre afferra per i capelli un nemico con la mano
sinistra e con la destra si accinge a sferragli un colpo mortale col
suo scettro. A sinistra, dietro al re, è ritratto un portatore
di sandali. A destra, invece, compare il dio Horus nelle sembianze di
un falco. Questi reca tra gli artigli una fune, a cui è legata
la testa di un prigioniero con accanto sei papiri, simbolo del Basso
Egitto. Sul lato posteriore, sotto due teste umane con corna di toro,
è ritratto ancora Narmer, con la corona rossa del Basso Egitto,
seguito da un portatore di sandali e da uno scriba. Sotto di lui due
leoni dai lunghi colli attorcigliati, simbolo dell'unione dei due regni
d'Egitto.
Strumenti per la cosmesi, opere per celebrare le gesta dei sovrani,
manufatti dall'elevato valore esoterico. Invero, a detta di qualche
studioso, le tavole cosmetiche delle dimensioni maggiori e dalle
conformazioni più complesse, come quelle in possesso dei
sacerdoti, potevano addirittura nascondere una seconda finalità
d'uso. Nello specifico, quella di strumenti di carattere
tecnico-scientifico. In tale ottica, di recente l'italiano Diego
Baratono ha avanzato una nuova ipotesi, secondo la quale alcune di
queste palette fungevano da vere e proprie mappe astronomiche
semplificate, per agevolare l'individuazione nel firmamento notturno di
determinate costellazioni. Probabilmente per finalità religiose,
ovvero per stimare l'avvicinarsi delle fasi alluvionali del Nilo.
"Alcune tavolozze - sostiene il ricercatore - presentano elementi
distintivi tali da consentire la loro differente valutazione e, di
conseguenza, la diversa collocazione funzionale. In particolare
è possibile ritenere alcune di esse, che viste le
peculiarità emerse sarebbe meglio rinominare 'piastre
astronomiche', manufatti finalizzati alla precisa localizzazione di
alcune costellazioni particolarmente significative per la cultura
religiosa elaborata dai pensatori nilotici".
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