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Champions League: a Madrid l'Inter trionfa ed entra nella storia
Ultimo aggiornamento 24 maggio 2010
Prima la Coppa Italia, poi uno scudetto sudato fino all'ultimo minuto, quindi la Champions League. Nella magica notte del Bernabeu, un'Inter tosta, quadrata e cinica impone la dura legge del gol anche ai campioni di Germania del Bayern. Così, dopo quasi mezzo secolo, la coppa dalle lunghe orecchie torna a Milano, sponda nerazzurra. È l'apoteosi del popolo di piazza Duomo, il sogno che diventa realtà. È un successo netto, inequivocabile, che porta in calce la sigla inconfondibile delle tre "M": Moratti-Milito-Mourinho.
MORATTI. Quindici anni di presidenza. Quindici lunghi anni di passione per la Beneamata. Di investimenti milionari, di campioni più o meno reali, di errori fatali e di splendide intuizioni. Di sofferenze e contestazioni all'inizio, ma, soprattutto, di notevoli soddisfazioni nell'ultimo quinquennio. Tanto c'è voluto perché il figlio raggiungesse il genitore. Dopo tre lustri, finalmente, Massimo Moratti può gioire sul tetto d'Europa, rinverdendo i fasti del papà Angelo, rivivendo quelle emozioni forti che agli interisti mancavano da tanto, troppo tempo. Momenti indimenticabili, a coronamento di un'annata straordinaria, di quelle che entrano di diritto nella storia del calcio.

MILITO. Se l'Inter è una squadra granitica il merito è del gruppo nella sua interezza. Da Javier Zanetti, capitano di settecento battaglie, fino all'ultimo dei magazzinieri. Una citazione speciale, però, la merita "Il Principe", Diego Milito. Per tutta la stagione ha corso, pressato, sgomitato e portato scompiglio nel cuore delle difese avversarie. Ha segnato caterve di reti, tutte pesantissime, proprio come le due di Madrid, splendide per freddezza e precisione. Negli ultimi anni di bomber ad Appiano se ne erano visti tanti, basti pensare ai vari Ronaldo, Vieri e Ibrahimovic. Invero, nessuno di loro era mai stato così decisivo e utile alla causa come l'argentino. Alla soglia delle trentuno primavere, qualora si volesse indicare il nome di un solo fuoriclasse come simbolo di una compagine vincente, quel nome sarebbe senz'altro il suo.

MOURINHO. "Veni, vidi, vici". In un'espressione latina vecchia due millenni, la sintesi di due anni dello Special One alla corte di Moratti. Uno scudetto e una Supercoppa italiana al primo tentativo, al secondo addirittura un incredibile "triplete". Nessuno fino ad ora aveva fatto tanto sulla panchina dell'Inter, neppure il leggendario Helenio Herrera. Simpatico o antipatico, odiato o idolatrato, pungente e affatto banale, Mourinho si congeda dalla mai troppo amata Italia regalando ai tifosi nerazzurri il suo ultimo capolavoro, una lezione di sagacia tattica all'amico-rivale Van Gaal, tutta all'insegna dei dettami del più puro calcio di casa nostra: difesa d'acciaio e contropiede micidiale. Alla fine, poi, ci è scappata persino qualche lacrima, di gioia frammista a dispiacere. Scorrendo a ritroso le pagine degli almanacchi del football, difficile ricordare altri addii così sofferti e, al tempo stesso, così straordinariamente dolci
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Dario Massara

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